Monday, April 20, 2009

L'ambulatorio per la diagnosi e la cura della miastenia e per la chirurgia del timo di Pisa

Miastenia Gravis

L'ambulatorio per la diagnosi e la cura della miastenia e per la chirurgia del timo di Pisa

Un giorno, cercando su internet informazioni sulla miastenia, lessi della dottoressa Roberta Ricciardi: una neurologa che aveva dedicato la vita alla cura dei pazienti affetti da miastenia gravis, essendo tra l'altro essa stessa affetta di questa patologia da quando era una ragazzina. Le inviai una mail e lei rispose subito alla mia richiesta di aiuto e seppe trovare una terapia adatta al mio caso, la malattia ora grazie alle sue cure si è placata, sono tornato a lavorare a tempo pieno, conduco una vita perfettamente normale.
Frequentando l’ambulatorio per la diagnosi e la cura della miastenia grave e per la chirurgia del timo di Pisa mi sono reso conto che la dottoressa Ricciardi ha avviato, assieme all’équipe della chirurgia toracica dell’Ospedale Cisanello, un vero e proprio centro multidisciplinare per la cura della miastenia: anestesisti, chirurghi toracici, neurologi, oncologi, infermieri lavorano assieme per ottenere un risultato ottimo e tutte queste figure professionali, conoscendo a fondo la malattia, adottano sempre i metodi e gli interventi più appropriati per ogni singolo paziente.
Tuttavia io, come tanti altri pazienti che si rivolgono a Pisa per curarsi, sono preoccupato dal fatto che il funzionamento del centro manchi di un riconoscimento istituzionale; esso è affidato soltanto alla dedizione della dottoressa e alla disponibilità della chirurgia toracica, e noi pazienti viviamo con preoccupazione questo senso di provvisorietà.
La dottoressa non dispone di una segretaria, non dispone di una sua unità operativa, non dispone di propri letti e di altri medici ai quali potrebbe invece trasmettere la sua grande conoscenza scientifica e la sua esperienza clinica della miastenia, che è impossibile acquisire semplicemente studiando la letteratura medica sull’argomento ma è il frutto di venticinque anni di frequentazione dei pazienti miastenici.
Occorrerebbe invece riconoscere istituzionalmente questo operato dotando la dottoressa di tutti i mezzi possibili per esercitare la sua professione e trasmettere le sue conoscenze formando altri neurologi che potrebbero poi diffondere tali conoscenze sul territorio nazionale.
Se le competenze della dottoressa dovessero andare perdute per tutti i pazienti italiani affetti da miastenia sarebbe una vera e propria tragedia.

Tuesday, March 18, 2008

Video DivX (e XviD) e sottotitoli

Il DivX è un codec (codificatore-decodificatore), un algoritmo che consente la compressione dei file video per fare in modo che essi occupino un minore spazio senza una significativa perdita di qualità.
Il XviD è una versione libera, open source, di DivX.

Esistono dei siti, come "Italian Subs Addicted",
www.italiansubs.net, dove dei ragazzi appassionati di traduzione rendono disponibili i sottotitoli italiani delle serie televisive americane ed inglesi nel formato con estensione .srt.

Questi files si possono poi incorporare nel flusso video con appositi programmi.

In pratica la sequenza delle azioni è la seguente:
-Scaricare dal sito www.italiansubs.net i sottotitoli.
-Unire con un apposito programma il file video con i sottotitoli (con Mac OSX io utilizzo il programma ffmpegX).
-Masterizzare su un cd o un dvd (io utilizzo di solito i supporti riscrivibili).
-Vedere il filmato su di un lettore divx.

Invece di unire file video e sottotitoli in un unico flusso video è anche possibile masterizzare su un dvd il file video con estensione .avi e il file con i sottotitoli con estensione .srt avendo cura di utilizzare lo stesso nome per il file video e per il file contenente i sottotitoli, ad esempio: file video 1x01.avi, file sottotitoli 1x01.srt, sarà poi il lettore divx a chiedere se vogliamo utilizzare il file con i sottotitoli o meno.
In questo caso si deve masterizzare il dvd come DVD-ROM (UDF).

Ovviamente si può anche visionare il filmato sul pc - in questo caso utilizzando un lettore video come VLC - avendo cura di mettere i due files nella stessa cartella e con lo stesso nome, naturalmente solo per la parte che precede l'estensione, come nell'esempio sopra citato. Fatto ciò, VLC automaticamente mostrerà i sottotitoli.

Ultimamente si sono diffusi sulla rete i file "matrioska", con l'estensione .mkv.
Anch'essi, come i file con estensione .avi, sono dei contenitori multimediali, ma possono, a differenza degli "avi", gestire contenuti ad alta definizione.

Thursday, May 31, 2007

Perché Gnu/Linux

Perché Gnu/Linux

Il mio interesse per il sistema operativo Linux nasce dal desiderio di sentirsi parte di una comunità, parte di un movimento che ha fatto della libera circolazione dei codici sorgente una libertà fondamentale dell'utente informatico: la possibilità cioè, se lo si vuole e se ne hanno le capacità, di "guardare sotto il cofano" per vedere come il programma funziona e, al limite, apportare delle modifiche che vadano incontro alle proprie necessità, rendendo poi queste modifiche disponibili agli altri utenti.

Quando si parla di Linux o di GNU/Linux si parla infatti di programmi dei quali viene liberamente distribuito e reso disponibile anche il codice sorgente.

Il software viene di solito distribuito nella sua forma binaria, cioè pronto per essere usato.
Prima di creare la forma binaria (il file pippo.exe, per capirci), esso viene scritto come codice sorgente. Ora i codici sorgente dei programmi delle case informatiche non vengono distribuiti, perciò è impossibile, anche per un ingegnere informatico, capire come il programma funziona: il cofano, insomma, non si può aprire, salvo utilizzando dei complicati test che peraltro sono vietati dalla legge (reverse engineering).
Ai codici nella loro forma sorgente viene poi applicato un processo che si chiama compilazione dal quale si ottiene il file binario funzionante.

Se il software è, come ho letto afferma qualcuno, un dono di Dio, esso non va chiuso e reso indecifrabile ma deve essere liberamente disponibile a tutti. La disponibilità del codice sorgente e la libertà di copiare il software (a dispetto dell'orrenda campagna pubblicitaria che recitava testualmente: "Copiare software è un reato!"), debbono essere assicurate.

Ma qui arrivano le cattive notizie: con Linux non è possibile restare utenti passivi, occorre rendersi conto della complessità del computer e passare per la modalità a linea di testo per essere utenti di questo sistema operativo.

Per iniziare il passo più difficile rimane quello dell'installazione: io sono stato aiutato da un libro che consiglio a chi si volesse avvicinare a Linux: "Da Windows a Linux", di Paolo Attivissimo e Roberto Odoardi, per i tipi della Apogeo, che è anche disponibile on-line sul sito di Attivissimo.
Inoltre in tutte la maggiori città italiane sono presenti dei gruppi di utenti, i "Linux User Group", costituiti da persone che sono disponibili ad aiutare i neofiti.

A Genova, la mia città, sono presenti addirittura due Linux User Group, il LUGGE e il "Genuense Linux User Group", GLUG.
E' sufficiente fare una ricerca con Google per trovare il gruppo di utenti Linux più vicino a casa propria.

Inoltre ogni anno viene organizzato il "Linux Day", durante il quale utenti esperti mostrano ai visitatori le possibilità offerte dal sistema.

Omaggio alla lettura

Omaggio alla lettura

"In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro."

Le prime esperienze che mi hanno insegnato ad apprezzare la parola scritta rimontano ai tempi della scuola elementare. Una maestra "illuminata" ci aveva obbligati a leggere "Marcovaldo" di Italo Calvino. Non avrebbe potuto scegliere libro migliore per dei i bambini che avevano appena imparato a leggere e a scrivere. La prosa di Calvino, semplice e piana, mi apriva un mondo nuovo di parole, immagini, emozioni.

Ancora oggi, quando sfoglio quel romanzo, la lettura è influenzata da quella prima esperienza infantile, tanto che mi è difficile capire se il piacere che provo nel rileggerlo sia legato alla prosa di Calvino o al ricordo di quel primo contatto con la letteratura.

Poi sono venuti anni nei quali la parola scritta era soprattutto costituita dai testi racchiusi nei "balloons", nelle "nuvolette di fumo" dei fumetti: immagini e parole, un altro tipo di lettura, altre emozioni.

Trascorrono gli anni, imperversano altre forme espressive, la radio, la televisione, i giornali, tutte importanti, utili, essenziali, ma il piacere, il gusto della lettura delle opere letterarie doveva nascere, crescere. Poteva trattarsi del libro di cui s'era discusso in un talk show televisivo o del consiglio della prof. di letteratura, ma sempre il piacere maggiore era di trovarsi perduto fra le pagine di un romanzo come ci si perde in un bosco: dopo Calvino: Primo Levi, Gadda, Borges, Queneau, Proust e tanti altri, e ognuno era un nuovo sentiero nel bosco della letteratura.

Ogni nuova lettura aggiungeva qualcosa alle altre, gettava una nuova luce sui libri che avevo già letto e su quelli che avrei letto. Alcune letture svolgevano una funzione esplicativa nei confronti di altri libri, altre mi immunizzavano contro malattie trasmissibili attraverso la lettura, come il bovarismo o il lirismo, agivano cioè come una sorta di "vaccino culturale".

Ho scoperto che esiste la letteratura che trova un fine in se stessa, che non cerca giustificazioni sociali o morali (penso, per citare soltanto due nomi, a Nabokov e a Manganelli), ed esistono coloro che userebbero la scrittura come un mezzo per far passare dei messaggi, ma come ha detto qualcuno rispondendo alla solita domanda stupida di un giornalista: "che messaggio ha voluto trasmettere con quest'opera?": "se avessi voluto mandare un messaggio non avrei scritto un romanzo, avrei inviato un telegramma".

In questo modo le esperienze legate alla lettura crescono, a strati, una sull'altra: a volte l'amore per un autore può farti venire la voglia di imparare una lingua straniera (è successo con Proust e Queneau per la lingua francese), altre volte l'amore per un libro può farti desiderare di visitare un paese o una città (è successo con "Festa mobile" di Hemingway per Parigi).

Insomma, come ha scritto Italo Calvino: "leggere significa affrontare qualcosa che sta proprio cominciando a esistere". L'avventura continua.

Il mac è "pazzamente grande"

Il mac è "pazzamente grande"

Molti utenti informatici sono ossessionati dalla potenza del proprio computer e addirittura alcuni esercitano il cosiddetto "overclocking", ossia fanno girare il processore a velocità più alte di quelle previste dalla casa costruttrice.
Vero è che spesso, per l'aumento delle prestazioni hardware richieste dai nuovi programmi, soprattutto dai giochi, che richiedono molte risorse, il pc finisce per diventare obsoleto in pochissimo tempo, mentre un televisore può andar bene per tutta la vita. E' importante però anche ricordarsi che non sempre l'aggiornamento hardware è un buon affare per l'utente, anche se lo è sicuramente per produttori e rivenditori di materiale informatico.

Mi sono iniziato all'informatica guardando mio cugino armeggiare su un pc col sistema operativo MS-DOS: egli digitava comandi per me misteriosi e sembrava avesse la potenza di un mago che lancia incantesimi! Da quando mi interesso al mondo dell'informatica la fissazione di trovare il miglior sistema operativo ha cominciato ad abitare i miei pensieri: scoprii presto che questa preoccupazione non era soltanto un mio cruccio ma era condivisa da molti altri utenti nel mondo e aveva dato luogo a dibattiti e discussioni sui newsgroup di UseNet.

Fino a non molto tempo fa la scelta di fronte alla quale si poteva trovare chi avesse deciso di acquistare un personal computer era, sostanzialmente, quella tra un computer Apple col sistema operativo Macintosh e un pc IBM-compatibile col sistema operativo Dos/Windows. A quanto leggo oggi su riviste, siti internet ma anche quotidiani sembra che un terzo sistema si stia imponendo: Linux, un sistema basato su Unix ma distribuito gratuitamente e in grado di funzionare su diverse piattaforme.

I punti forti di questo sistema sarebbero la stabilità e la potenza, oltre naturalmente al fatto che la sua distribuzione gratuita ne facilita l'adozione: molti siti web funzionano su un sistema Linux e ho letto che perfino le poste americane lo hanno adottato per gestire l'enorme movimento postale degli Stati Uniti.

Arrivo al Macintosh: cosa avrebbe di tanto interessante da farlo preferire ad altri sistemi? A mio avviso questa domanda merita una risposta articolata:

1) E' un sistema nato per lavorare e non per "smanettare".
Tutti i problemi tecnici che sono la croce e la delizia degli "smanettoni" non si presentano col Mac o, almeno, si presentano in misura minore.

2) E' un sistema amichevole, "user friendly".
Non c'è bisogno di avere una laurea in ingegneria elettronica per avere la speranza di riuscire a farlo funzionare.

3) La complessità è affidata al computer.
Non è che il mac sia meno complesso di altri sistemi operativi, solo che si occupa lui di effettuare i compiti più complessi, che sono completamente trasparenti (nel senso che non si vedono) all'utente (questo è esattamente il compito di un sistema operativo).

Insomma, come ha detto Steve Jobs il mac è "pazzamente grande" (per gli anglofoni: "insanely great").
Post Scriptum: "Insanely Great" è anche il titolo di un libro scritto da Steven Levy sulla creazione del Macintosh (pubblicato da Penguin).

Per ulteriori informazioni vi rimando al sito della Apple e al sito di un giornalista esperto dei computer Apple, Luca Accomazzi.

Wednesday, August 31, 2005

Diario di un ricovero ospedaliero

Diario di un ricovero ospedaliero

Sette maggio 2004: entro in servizio alle ore 13, lavoro come infermiere professionale presso la Clinica Otorinolaringoiatrica dell'Ospedale San Martino di Genova: le colleghe notano che ho difficoltà a tenere la testa diritta e che mi reggo in piedi con fatica.
Ho anche problemi a deglutire liquidi e un abbassamento della palpebra superiore sinistra.
Vengo accompagnato al pronto soccorso da un medico del reparto e colà, dopo una visita neurologica, viene formulato il sospetto di una miastenia gravis.
Per chiarire il quadro clinico viene eseguita una TAC toracica con mezzo di contrasto che evidenzia la presenza di un timoma, (tumore del timo), di notevoli dimensioni.
Il giorno dopo vengo trasferito in Clinica Neurologica.
Comincio ad avvertire il disagio di essere un paziente, sono passato da un giorno all'altro dalla condizione di operatore sanitario a quella di ricoverato; nel frattempo mia madre, che era a casa, affetta dal morbo di Alzheimer e che io accudivo, muore, ma io non posso ottenere il permesso di lasciare l'ospedale in quanto le mie condizioni cliniche non lo permettono.
Credevo, sino a qualche giorno fa, di essere affetto da una sindrome ansioso-depressiva, ora scopro che la stanchezza che avvertivo durante le attività quotidiane, e soprattutto durante il lavoro, era causata non da problemi psicologici o psichiatrici ma bensì dalla miastenia, che causa un senso generale di affaticamento.
In Clinica Neurologica mi vengono fatti altri esami ematochimici, in particolare la ricerca di autoanticorpi: la miastenia è infatti una malattia autoimmune, il sistema immunitario, impazzito, produce anticorpi diretti contro strutture appartenenti al proprio corpo, al “self”, come si dice, invece di limitarsi a produrli contro il “non-self”, ossia contro gli agenti esterni, batteri o virus che siano.
In particolare nella miastenia gli anticorpi sono diretti contro i recettori per l’acetilcolina presenti nella giunzione neuromuscolare, il vitale punto di collegamento tra il nervo e il muscolo.
Scopro con spavento di dovermi sottoporre a un intervento chirurgico, una timectomia, cioè l’asportazione del timoma.
Pare che questo intervento possa migliorare di molto la mia situazione clinica.
Inoltre, come mi viene spiegato dal chirurgo toracico che viene a visitarmi, c’è il rischio che il tumore, che è già piuttosto voluminoso, comprima le strutture vitali contenute nel mediastino, lo spazio compreso tra i due polmoni, dove si trovano organi come il cuore e l’esofago, e grosso vasi come l’arteria aorta.
Il chirurgo mi spiega come verrà effettuato l’intervento: una sternotomia, e subito dietro lo sterno si trova il timo, che verrà asportato.
La cosa che mi inquieta di più tuttavia è il decorso postoperatorio, in quanto mi viene spiegato che c’è la possibilità che debba restare alcuni giorni in un reparto di rianimazione perché potrei avere dei problemi respiratori: infatti la malattia può provocare anche un deficit dei muscoli respiratori e quindi la necessità di una ventilazione assistita.
Vengo trasferito temporaneamente nel reparto dove lavoro come infermiere, in Clinica Otorinolaringoiatrica, dove vengo gentilmente ospitato in attesa che si liberi un posto nel reparto di chirurgia dove verrò operato.
Il problema organizzativo principale pare sia la disponibilità di un posto letto in un reparto di rianimazione, dove dovrei restare qualche giorno dopo l’intervento.
Nel frattempo le condizioni neurologiche peggiorano: è insorta una diplopia, visione sdoppiata, dovuta ad un deficit dei muscoli oculomotori.
Non riesco più a leggere e la cosa mi deprime alquanto, tanto che comincio ad avere difficoltà anche ad alimentarmi.
Viene consultato un nutrizionista che mi prescrive degli integratori alimentari.
Sono trascorsi, dal giorno del mio ricovero, quasi due mesi.
Le giornate trascorrono lentamente, mi annoio, unico momento di gioia le visite quotidiane della mia compagna che si occupa anche di tutti i problemi burocratici legati alla scomparsa di mia madre.
Arriva finalmente il giorno del trasferimento nel reparto di chirurgia dove sarò operato.
La notte dell’intervento un’infermiera mi prepara una tazza di camomilla, riesco a dormire.
Alla mattina, dopo aver salutato la mia compagna e due colleghe che sono venute a salutarmi, vengo accompagnato nella sala operatoria, sono sereno.
Scopro che molti vogliono vedere il mio intervento, una dottoressa che è stata invitata ad andare ad assistere ad un’altra operazione dice: “io il timoma non me lo perdo”.
Si tratta infatti di una patologia piuttosto rara, i malati di miastenia in Italia sono soltanto 15000.
Mi risveglio nel “box numero quattro” del servizio di rianimazione adiacente alle sale operatorie, sono intubato e attaccato ad un respiratore, una vena centrale è stata incannulata per somministrarmi farmaci e alimenti, le mie funzioni vitali sono costantemente monitorate grazie ad una serie incredibile di strumenti.
Nel pomeriggio, su mia richiesta (non posso parlare, naturalmente, ma comunico a cenni e scrivendo su di un foglio di carta), vengo stubato, viene cioè rimosso il tubo endotracheale che rende possibile la ventilazione assistita.
Sono contentissimo ma, mentre trascorrono i minuti, mi rendo conto che respiro con sempre maggiore difficoltà: chiamo aiuto, vengono la caposala e un’infermiera, chiedo loro di permettermi di telefonare alla mia caposala perché mandi un mio collega a tenermi compagnia, voglio che qualcuno resti con me, mi viene risposto che ciò non è possibile, la situazione respiratoria peggiora, adesso non riesco più a respirare, perdo conoscenza, vengo reintubato.
Sono rimasto senza tubo endotracheale soltanto qualche ora.
Essere in ventilazione assistita è una sensazione molto strana: alcuni atti respiratori vengono effettuati autonomamente altri, in particolare quello che da un anestesista viene definito “il respirone”, vengono imposti dalla macchina: questo naturalmente dipende da come viene impostato il ventilatore meccanico.
Io riesco a fare due, tre atti respiratori autonomamente (la macchina accompagna e aiuta la mia respirazione), il quarto atto viene provocato dal ventilatore ed è molto lungo e profondo.
Non posso muovermi, sono letteralmente inchiodato al letto.
Il pericolo principale, in rianimazione, è rappresentato dalle infezioni: infatti vi sono troppe vie di ingresso per i germi: il catetere vescicale, le linee venose centrali, il catetere arterioso per la rilevazione continua della pressione arteriosa.
Periodicamente si forma del catarro nelle vie respiratorie che ostacola la respirazione: debbo allora chiamare l’infermiere che si occupa di me per essere aspirato: il ventilatore viene temporaneamente staccato ed egli inserisce un sondino d’aspirazione attraverso il tubo endotracheale per aspirare le secrezioni.
La cosa curiosa è che in rianimazione, con mia sorpresa, non esistono i campanelli: la guardia effettuata dagli infermieri è infatti definita una “guardia attiva”, cioè sono loro che si devono rendere conto dei problemi del paziente e porvi rimedio, a differenza della “guardia passiva” che viene effettuata nei normali reparti di degenza dove fino ad ora avevo lavorato.
Capisco queste regole ma penso che, per un paziente sveglio, dovrebbe essere messo a disposizione un campanello: non potendo parlare, infatti, l’unico modo che ho per attirare l’attenzione è quello di sfilarmi dal dito il saturimetro, una sorta di ditale che monitorizza la concentrazione di ossigeno nel sangue: dopo qualche secondo suona l’allarme e arriva l’infermiere.
Il tempo passa, vengo stubato e trasferito nel reparto di terapia subintensiva.
Anche qui però si ripete il problema dell’insufficienza respiratoria: mentre il direttore del dipartimento, al mio cappezzale, mi urla di respirare io perdo nuovamente conoscenza.
Quando mi risveglio vedo l’anestesista che mi ha intubato che, sopra di me, mi sta ventilando con un pallone ambu, non riesco a muovere nulla, nemmeno le dita, sento la voce della mia compagna che, piangendo, chiede mie notizie, sento i commenti dei medici e degli infermieri, con terrore odo la frase “se va avanti così dovremo fare una tracheotomia”, cerco di stare calmo, dopo la difficoltà respiratoria che ho sperimentato il ventilatore meccanico è quasi una benedizione, mi dà sicurezza, si occupa lui di farmi fare degli atti respiratori validi ed efficaci.
Di notte non riesco a chiudere occhio, di giorno nemmeno, e la cosa va avanti da più di un mese.
Sono esausto ma non mi riesce di addormentarmi: sono troppo intento a sorvegliare tutto quello che accade intorno a me, campanelli d’allarme suonano in continuazione, la pompa infusionale di una flebo che è terminata, il saturimetro che si è spostato dal dito, un elettrodo del monitoraggio dell’elettrocardiogramma che si è staccato, la pressione arteriosa che è troppo alta o troppo bassa, la frequenza cardiaca che è salita, e ad ogni allarme io sobbalzo e mi spavento.
Quando la mia compagna mi viene a trovare mi rilasso e ho momenti nei quali, letteralmente, svengo dal sonno, ma esso dura soltanto pochi secondi, mi risveglio subito con un sobbalzo, non lascio che il mio corpo si abbandoni al sonno nemmeno per un minuto: ci sono troppe cose da tenere sotto controllo!
Chiedo alla mia compagna di sposarmi, lei accetta: il matrimonio verrà celebrato in rianimazione e, a detta di medici e infermieri, è la prima volta che una cosa del genere accade.
So che lei lo ha fatto per darmi forza, un motivo in più per cercare di guarire, per tirarmi fuori dal “box numero quattro”.
La mattina del 26 luglio 2004, giorno in cui viene celebrato il matrimonio, vengo stubato per l’occasione.
La cerimonia è molto rapida, le infermiere scattano fotografie, siamo tutti commossi, io, la sposa, i testimoni e gli amici.
Grazie al matrimonio viene gentilmente concesso alla mia compagna, adesso mia moglie, che beneficia di un permesso matrimoniale, di avere degli orari d’ingresso in rianimazione più elastici: io aspetto con ansia il momento del suo arrivo, voglio che mi parli in continuazione, raccontandomi tutti gli avvenimenti di quella che ormai considero “la vita fuori”.
Nel frattempo continuano gli accertamenti, vengono effettuate le indagini più disparate, una nuova TAC toracica con mezzo di contrasto, ecografie, elettrocardiogrammi, una biopsia midollare (si sospetta una sindrome mieloproliferativa), un broncoaspirato (per il quale vengo, fortunatamente, addormentato), visite dello specialista neurologo, cardiologo, internista, oculista, eccetera.
Si sospetta, tra le altre cose, una trombosi della vena cava, e per questo motivo mi vengono somministrati degli anticoagulanti.
Qualche giorno dopo, durante un’ecocardiografia, sento il medico esclamare: “il cuore galleggia”.
Purtroppo so cosa significa: un versamento pericardico, situazione potenzialmente letale.
Il cardiochirurgo tenta di inserire un ago nello spazio pericardico dall’esterno, per effettuare una pericardiocentesi, ma la presenza del processo cicatriziale dovuto al primo intervento sul torace impedisce questa manovra, devo quindi ritornare in sala operatoria.
Dopo l’intervento, che viene effettuato la sera stessa, mi risveglio nuovamente intubato.
Trascorrono ancora due settimane , durante le quali vengo stubato, riprendo lentamente ad alimentarmi, mi viene sospesa la nutrizione parenterale (la nutrizione per via venosa), e un bel giorno mi viene chiesto se sono contento di uscire dalla rianimazione: chiedo “perché, vengo trasferito?” e mi viene risposto di sì: finalmente vengo trasportato nella terapia subintensiva, poi nella degenza: ne sono uscito, quasi non credevo che sarei tornato ad una vita normale.
Sono trascorsi quattro mesi dal giorno del mio ricovero, due dei quali trascorsi in rianimazione.
Quando esco dall’ospedale osservo con meraviglia le auto, gli edifici, la gente.
I sintomi neurologici della miastenia sono scomparsi, inizia la convalescenza, durante i pomeriggi amo passeggiare per le vie del centro e guardarmi intorno.